
ATELIER PSICOPLASTICO
Sono Francesca, mi sono laureata in Scenografia / Set Design all'Accademia di Belle Arti di Venezia. Durante il percorso formativo ho trovato ispirazione per creare un progetto incentrato sull'Upcycling Design che ho sviluppato come tema di tesi di laurea. Nasce così Atelier Psicoplastico, un laboratorio artigianale volto alla sostenibilità, situato nella zona di Bassano del Grappa (VI).
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Attraverso l'utilizzo di materiali di scarto mi impegno nell'offrire agli oggetti un’occasione di rinascita mediante una trasformazione che consente loro di elevarsi in esclusivi pezzi di design. Mi occupo inoltre del recupero di mobili secondo specifiche richieste di personalizzazione e di restyling, in concomitanza alle ispirazioni artistiche proposte dalle mie collezioni e casi studio di riferimento.
LA MIA MISSIONE
Atelier Psicoplastico è un progetto di Upcycling Design, che vede negli oggetti di scarto, un’occasione di trasformazione in pezzi unici. L’intento è quello di animare delle collezioni di design prodotte tramite materiali di recupero. È un tipo di disegno che non vede una fine nel suo linguaggio espressivo, ma desidera esplorare le diverse caratteristiche della materia, attraverso una sorta di indagine infinita.
Il termine “psicoplastico” è stato coniato dallo scenografo Joseph Svoboda, secondo il quale, la scenografia non è altro che la regia plastica del dramma. Il suo “spazio psicoplastico” si riferisce alle tensioni psicologiche del dramma, espresse attraverso le dimensioni di spazio/tempo e tradotte in architettura di scena. La scenografia, concepita inizialmente come mero argomento decorativo della scena, diventa col tempo strumento di espressione di una certa atmosfera del dramma; al pari della musica, della recitazione, dei costumi, delle luci e di tutto il complesso apparato che sta dietro al meccanismo teatrale, che con il tempo tempo si è sviluppato nel cinema.
Per entrare, concettualmente, nello spirito del significato della ricerca svolta, occorre introdurre alcuni pensieri che fungono da punto di connessione tra arte e filosofia. La riflessione si radica sull’analisi del significato dell'opera d'arte e dell’oggetto comune, tramite l'esplorazione dei labili confini che ne scindono l'estetica dalla funzionalità.
Secondo Martin Heidegger, filosofo tedesco, l’opera d’arte è manifestazione di verità, per questo, il talento dell’artista risiede nella capacità di intercettarne un pezzo, da cristallizzare sotto forma di oggetto artistico che, fatto di materia proprio come l’oggetto comune, si differenzia da esso perché è metafora di qualcos’altro; l’oggetto si usa, l’arte si contempla, ma alle volte i due aspetti possono convergere.
Mentre, secondo il filosofo russo Pavel Florenskij, per salvaguardare l’arte è necessario considerare ogni opera come site-specific poiché, viva di energia pulsante, richiede specifiche condizioni di vita, senza le quali, può cadere in stato di anabiosi; un opera d’arte può morire spiritualmente, se posta nel posto sbagliato o non adatto alle sue necessità; il rischio è quello di non riuscire più a irrompere dentro l’osservatore, portando così l’opera a diventare oggetto.
Andando più indietro, nell’antica Grecia, troviamo il pensiero aristotelico che introduce la coppia di “atto e potenza” per spiegare il mutamento di stato della materia. “L’atto” che innesta nelle -cose- più informazioni, supera la “potenza” di partenza e per questo nel mutamento avviene l’elevazione, per esempio, di un albero che si trasforma in un tavolo. Senza l’intervento dell’uomo, ogni oggetto è destinato al decadimento, a tornare da dove è sorto, ossia a sprofondare nella Terra.
Queste considerazioni filosofiche entrano in rapporto con la mia visione, che mira alla salvaguardia delle cose, attraverso delle pratiche sostenibili come -l’Upcycling e il Recycling-, (principali processi individuati all’interno del design dall’economia circolare). Nel procedimento di recycling, per produrre ipoteticamente il diffusore di una lampada, si fonde per esempio una bottiglia di vetro usata. Nell’Upcycling invece, la stessa bottiglia viene impiegata integra per il diffusore, quindi l'oggetto rimane inalterato, cambiando il proprio destino di funzione. Il riutilizzo dona alle cose la possibilità di rinascere sotto un’altra forma, con un valore concettuale più alto rispetto a quello di partenza. Una pratica affine nel campo artistico è quella del ready-made, coniata da Marcel Duchamp, il quale estrapolava oggetti comuni dal loro contesto, distogliendoli dalla loro originaria funzione, per trasformarli in arte mediante una nuova sintesi di significato.
La filosofia che anima il progetto è quella di -immaginare la bellezza- posando lo sguardo oltre il mero oggetto, facendo uso della sua materia, come spazio per manifestare un mondo che prende vita tramite gli occhi di lo guarda. Gli oggetti che ci circondano sono sfide che consentono di ideare delle collezioni dotate di un proprio carattere e predisposte per vivere in un certo tipo di ambiente.
L'atelier
- in cui i sogni prendono vita -

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